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  • Immagine del redattoreValentino Pavan

Se mi lasci, ti sputtano!

Aggiornamento: 19 giu 2023



Tra le condotte illecite dell’era moderna commesse mediante l’uso delle nuove tecnologie in particolar modo sfruttando la capillare diffusione dei social network, una delle più gravi nel contesto è senza dubbio il “Revenge porn”, ossia il fenomeno della pornografia non consensuale o “pornovendetta” (tutto attaccato) come l’ha definita l’Accademia della Crusca e consiste nella diffusione nel web di contenuti sessualmente espliciti senza il consenso della persona ritratta nelle immagini e video.


Lo scopo principale di questa deplorevole attività è finalizzata a vendicarsi di una persona, ad esempio l’ex partner da "punire" perché ha deciso di porre fine ad un rapporto amoroso, denigrandolo pesantemente e pubblicamente.


Si tratta quindi di un’attività che può avere effetti drammatici a livello psicologico, sociale e anche materiale sulla vita delle persone che ne sono vittime.

Succede spesso che il contenuto venga inviato anche a familiari, amici e colleghi della persona presa di mira al fine di ottenere il massimo discredito sociale e spesso viene accompagnato da ingiurie, minacce, stalking ed estorsione. In alcuni casi si è arrivati fino all’omicidio, come riportato da alcuni tristi fatti di cronaca.


Nella maggior parte dei casi, si tratta di un’azione derivante da situazioni in cui un soggetto, al fine di vendicarsi di un’altra persona, diffonde materiale pornografico ottenuto durante la relazione o la frequentazione con la vittima. Non di rado però i contenuti vengono ottenuti con l’inganno, ad esempio nascondendo lo smartphone o una webcam nella stanza in cui avviene il rapporto.


Per comprendere la portata del fenomeno, la Polizia ha segnalato un aumento dei casi di Revenge porn nel 2021 rispetto al 2020 pari al 78%. Contemporaneamente sono aumentati anche i casi comunente conosciuti con il termine di “sextortion” che prevedono di minacciare la vittima di pubblicare foto e video privati in caso di mancato pagamento di un riscatto di vario tipo.

Anche in relazione a questo fenomeno la pandemia c’ha messo lo zampino, costringendo molte coppie a rimanere distanti per periodi lunghi incrementando le interazioni a distanza e con un conseguente aumento dello scambio dei contenuti multimediali sessualmente rilevanti.


Sempre secondo il dossier del centro studi della Polizia, in Italia il fenomeno sta raggiungendo livelli preoccupanti e si segnalano due episodi di Revenge porn al giorno e migliaia di indagini in corso.


Uno studio del 2018 (quindi un po’ datato, ma significativo per i numeri del fenomeno) dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza in collaborazione col portale skuola.net ha rilevato che il 6% dei giovanissimi fra gli 11 e i 13 anni invia abitualmente proprie immagini a sfondo sessuale per via telematica, con una prevalenza (2 su 3) di ragazzine. Aumentando l’età (14-19 anni) aumenta la percentuale (19%) di chi invia, anche al solo partner, materiale intimo.

Un altro sondaggio del 2017 riferisce che per molti adolescenti (soprattutto maschi) appare normale filmarsi durante un rapporto sessuale e condividerlo con gli amici.


E’ evidente che ci troviamo di fronte ad un problema principalmente culturale nel quale i giovani e giovanissimi non hanno la corretta percezione della gravità delle azioni compiute, ma anche non si rendono conto che il materiale generato e diffuso potrà essere reso pubblico anche a distanza di tempo danneggiando la sfera affettiva e psicologica di una persona anche dopo anni.

Quindi, tra i giovani è abituale che nelle relazioni le partner vengano convinte a inviare materiale sessualmente esplicito, non rendendosi conto che la successiva diffusione e la conseguente viralità delle immagini costituirà una vera e propria violenza, con tutte le gravissime conseguenze che ne deriveranno.


Attenzione a Telegram (l’app di messaggistica alternativa a WhatsApp) perché, tramite la funzionalità dei “canali Telegram”, c’è stato uno sviluppo massiccio di scambio di materiale pornografico, pedo pornografico non consensuale, quindi anche finalizzato al Revenge porn.

Dati di una ricerca svolta dall’osservatorio PermessoNegato.it su dati del 2020, rilevano una situazione gravissima e parlano di 89 gruppi o canali e 6 milioni di utenti in Italia e la cosa ancora più grave è che Telegram, riporta l’osservatorio, non risponde alle segnalazioni degli utenti né a quelle della Polizia quindi non chiude i canali segnalati come illeciti o pericolosi.


Fortunatamente, il Governo Italiano ha recepito l’importanza del fenomeno e la gravità della situazione, inserendo nel Codice Penale il reato di Revenge porn, rubricato “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti” ed è volto a tutelare le vittime di violenza domestica e di genere. Fino ad allora, infatti, non esisteva nel nostro ordinamento una disposizione dedicata a questa ipotesi di reato, ma la spinta è arrivata dopo alcuni fatti di cronaca, di cui uno particolarmente sentito a livello mediatico in quanto sfociato nel suicidio della vittima.


Per comprenderne le ragioni è sufficiente considerare i dati di un’indagine eseguita da Women for Security, dalla quale è emerso come circa il 50% delle vittime di Revenge porn decida di non denunciare, per ragioni analoghe a quelle che riguardano le vittime di altri reati a sfondo sessuale: la vergogna, la paura di essere giudicate come “quelle che se la sono cercata”, l’ansia per i giudizi di familiari e amici, il peso di un procedimento penale.


La prima e più importante forma di difesa è, comunque, sempre la prudenza perché, una volta immessi nel circuito di messaggi e social network, i dati personali possono sfuggire ad ogni controllo ed essere diffusi in modo tale che risulti poi impossibile, anche con l'aiuto delle autorità preposte o di sistemi tecnologici, poterli cancellare.

Inoltre, un'altra buona pratica è quella di evitare di diffondere le foto o immagini che si ricevono e che potrebbero essere frutto di Revenge porn; evitare di essere complice di una persecuzione ai danni di una persona esposta e soprattutto di un reato che può anche avere gravi conseguenze. Non diffondiamole ma cancelliamole e, magari, facciamo una segnalazione alla Polizia postale o al Garante.


Il Garante per la Protezione dei Dati Personali (c.d. garante per la Privacy), sempre molto attento e puntuale su questi temi, ha predisposto un canale per le segnalazioni raggiungibile al sito www.gpdp.it/revengeporn.


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